LA CHIESA DI S. ANTONIO
IN CLES
DEI FRATI MINORI
(FRANCESCANI)

La chiesa del convento sorse esattamente sul luogo dove era stata celebrata la messa all'aperto il giorno della benedizione della prima pietra (24-8-1631) da parte del principe vescovo di Trento Carlo Emmanuele Madruzzo. I lavori procedettero abbastanza lenti, portati avanti anche dai frati muratori, forse su disegno di fra Filippo Gobbi dalla Valle di Gresta che le cronache conventuali definiscono "architetto".

La pianta della chiesa è semplicissima: un rettangolo (aula) con l'entrata a ovest, con un semicerchio molto allungato a est (abside e coro). Ha un altare centrale in legno, e ne aveva due laterali anche in legno, levati qualche decennio fa e ora sostituiti dalle rispettive pale fissate su un supporto ligneo.

I frati entrarono nel nuovo convento il giorno 4.10.1635, ma solo nel 1639 si cominciò a conservare il Santissimo Sacramento nella chiesa, e il 13.6.1641 si diede inizio alle funzioni solenni e alla celebrazione corale della liturgia delle ore.

Il 22 agosto 1649, il vescovo Jesse Perchoffer, suffraganeo di Bressanone, consacrò la chiesa e benedisse il piccolo camposanto antistante. L'altare principale fu dedicato a S. Antonio di Padova; gli altri due alla Madonna (a sinistra) e a S. Francesco (a destra). Come giorno ricordo della consacrazione venne scelto il 30 agosto. Nel 1652 venne portato a termine il campanile.

Dopo gli ultimi restauri (1997) la chiesa ora si presenta pulita e luminosa, con una nuova pavimentazione in pietra bianca e rosa, e con le decorazioni parietali più leggere. Sono stati rifatti anche due confessionali, l'altare verso il popolo, l'ambone e la bussola d'entrata; sono rimasti invariati invece i due confessionali più antichi e il pulpito in legno di noce lavorato.

L'altare maggiore e il tabernacolo in legno intarsiato, nella parte più antica, risalgono agli anni della costruzione della chiesa. La pala raffigura S. Antonio di Padova con Gesù Bambino", angioletti vari, il giglio, e un angelo che corona di rose il Santo. Il Bambino non è in braccio al Santo come di consueto, ma appoggiato sul libro che indica la scienza teologica di Antonio. E' opera (1653) del pittore lucchese Pietro Ricchi (1606-1675) costata cento talleri d'argento. Ai lati, due statue in legno di buona fattura, opera (1922) di artisti gardenesi; raffigurano S. Leonardo da Portomaurizio, celebre predicatore francescano, col teschio (giudizio) e il crocifisso (salvezza); e S. Pasquale Baylon, che estatico mostra un ostensorio. In alto, al centro, un quadretto (cimasa) con Gesù Bambino dormiente.

Sulla parete ad arco trionfale che stacca l'aula dal presbiterio ci sono le due pale dei vecchi altari; e sopra, al centro, un grande pregevole crocifisso in legno dell'Ottocento.

A sinistra, "La Donna dell'Apocalisse" vestita di rosa e di azzurro che calpesta il dragone: segno della devozione dei Francescani verso Maria Immacolata ancor prima della proclamazione del relativo dogma. La figura, dolcissima, è attorniata da simboli litanici riferiti a Maria: arca, porta, pozzo, rosa... Opera di autore ignoto del Settecento.

A destra, "S. Francesco che riceve le stimmate", il crocifisso con le sei ali del Serafino, frate Leone in disparte con un libro, un angelo che sostiene il Santo, e vari angioletti. Opera certa (1840) del pittore fiemmese Antonio Vanzo (1792‑1853).

La volta e le pareti, pitture e decorazioni, sono opera (1913/1923) del francescano padre Angelo Molinari (1879-1952) da Cavalese.

Al centro, in finta cornice barocca, "S. Antonio in gloria", attorniato da angeli, si libra sulle nubi verso la luce del paradiso; un angelo sostiene un‑ libro con l'inizio della più tipica preghiera al Santo: "Si quaeris miracula", cioè "Se chiedi miracoli".

Nel rombo verso l'altare, "Angeli in adorazione" del Santissimo in un ostensorio. Nel rombo verso la porta, lo "Stemma Francescano", con il braccio nudo di Cristo che si incrocia con quello di "S. Francesco sotto la croce, e la frase paolina in latino (Gal. 6, 14) che dice: "Non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo".

Nel riquadro a sinistra, un simbolismo dell' indulgenza della Porziuncola: l'apparizione di Cristo e della Madonna a "S. Francesco inginocchiato, con angeli stupiti per l'inaudita richiesta del Santo, e alcune rose in terra (l'indulgenza ottenuta). Nel riquadro a destra, i due patroni primari dell'Ordine Francescano Secolare, la regina S. Elisabetta d'Ungheria .e il re S. Luigi IX di Francia, che si inginocchiano davanti a "S. Francesco da cui ricevono le insegne di Terziari (scapolare o cingolo); sullo sfondo la città di Assisi.

Di lato ai riquadri, otto medaglioncini con i principali santi francescani, incatenati da cornici con fiori di giglio.

Sulle pareti laterali, in continuazione della catena di cornici gigliate, le tre virtù teologali (Fede, Speranza, Carità), e un finto drappo a nascondere il vuoto lasciato dal pulpito in legno ora riportato sulla parete di destra.

Sulle pareti laterali sono distribuiti i quattordici quadri della Via Crucis, pregevole opera di autore ignoto della seconda metà del Settecento, buon ritrattista dal segno preciso ed efficace. L'ultimo quadro (stazione XIV), opera (1923) di padre Angelo Molinari, è messo qui a sostituire un precedente "Cristo Morto" (1779) del celebre ritrattista noneso Giovanni Battista Lampi (1751-1830) troppo prezioso per essere lasciato qui a portata di mano.

Nel presbiterio, a sinistra è appeso il. quadro di un "Bambino in gloria", che forse andrebbe denominato "E il Verbo si fece carne", opera (ante 1759) del pittore napoletano Placido Costanzi (1690-1759). In una selva di angioletti, il Verbo entra nel mondo, accompagnato dal Padre a braccia aperte, e dallo Spirito Santo in forma di colomba raggiante.

Nel presbiterio, a destra il quadro di "S. Bonaventura", frate cardinale, opera (1649) di ignoto autore. Il Santo porta il saio francescano sotto le insegne cardinalizie (cappello, cotta e mantellina, scarpe rosse, e croce di Lorena). Sul drappo del tavolo che sostiene un teschio e un libro, compaiono due stemmi nobiliari, due sigle (M.S.F.B.A.W.E.P. e I.H.C.A.W.E.R.) e la data. Il primo stemma è quello dei baroni Welsberg della "dinastia di Pusteria, Primiero e Valsugana"; il secondo è ignoto: si tratta sicuramente dei committenti del quadro e probabilmente degli offerenti alla chiesa.

Nell'aula, sulla parete sinistra, verso l'altare pala con le sante martiri Orsola e Caterina d'Alessandria, alcune donne e una serie di angioletti, anche questa opera di autore ignoto del Settecento; in fondo verso la porta, la "Fuga in Egitto", pregevolissima opera attribuita al famoso pittore fiemmese Cristoforo Unterpergher (1732-1798) forse del 1780.

Nell'aula, sulla parete destra, verso l'altare pala della "Presentazione di Gesù al Tempio", movimentato quadro di pittore ignoto della prima metà del Settecento; in fondo verso la porta, la "Morte di S. Giuseppe". pregevole olio su tela di ignoto artista settecentesco, con notevole gioco di chiaroscuro e di colore.

Sulla parete di fondo, sopra l'entrata, un olio su tela dovuto (1728) al fiemmese Valentino degli Angeli (1694-1770). Raffigura S. Francesco Solano, francescano missionario detto "il Taumaturgo del Nuovo Mondo", in atto di battezzare un re indio (nero); sullo sfondo, uno dei miracoli attribuiti al santo: il suo mantello diventa barca su lago per lui e per un suo compagno. In basso a destra anche questo quadro porta due stemmi nobiliari, la data, e una scritta: "Umili offerte di Giovanni Ernesto Francesco Antonio conte di Thunn, e della moglie Maria Giuseppina contessa di Lanbergh".

In fondo alla chiesa si trova la pila per l'acqua benedetta, in marmo rosso di Verona, opera (1642) del tagliapietra Milanesi, e dono del nobile Ferdinando Guarischetti di Pellizzano.

Sul lato interno sinistro della chiesa è aperta la cappella dell'Addolorata, ingrandita e rimaneggiata più volte. A1 di sopra di una pietra rossa a mo' di altare e tra due colonnine barocche con timpano, è appesa la pala che rappresenta Maria seduta ai piedi della croce senza Cristo, con lo sguardo estatico verso il cielo contrastato da luci e ombre, come in attesa fiduciosa che Gesù risorga. E' uno dei capolavori religiosi (1774) del poliedrico Cristoforo Unterpergher, sicuramente di gran lunga la migliore tra le molte "Addolorate" eseguite da questo pittore.

Nel locale al lato nord del presbiterio (coretto) è visibile la pietra tombale in marmo rosso, datata 1717, della nobile famiglia Dusini de Glokenberg. La tomba in origine era nella chiesa.

Dietro l'altare si apre lo spazioso coro, con stalli a due piani in legno più o meno pregiato messo in opera già nel 1640 ma sicuramente rimaneggiato più volte. In mezzo, un mobile ad armadio basso che sostiene l'antico mastodontico leggio, che presenta ancora  meccanismi che facilitavano il compito a colui che doveva voltare pagina ai grandiosi antifonali ivi posti per essere veduti da tutti.

Sulla parete retro‑altare è appeso un buon quadro racchiuso entro doppia enorme cornice barocca: una Madonna che guarda dolcemente il suo Bambino che stringe al petto. Si tratta di una copia ottocentesca di un più celebre quadro di Scipione Pulzone (1550-1598).

Davanti alla sacrestia, due grandiose tele del Settecento, di autore ignoto, raffiguranti il "Giudizio dì Salomone" (a sud) mentre ordina di tagliare in due il bambino conteso dalle due donne; e "Mosè e Aronne davanti al Faraone" (a nord) mentre compiono il miracolo dei bastoni trasformati in serpenti.

Nella sacrestia campeggia un mobile a cassetti, sportelli e tabernacolo, ben lavorato e vario, di ignota produzione: qualcuno lo fa risalire al tempo della costruzione della chiesa, ma qualcun altro più verosimilmente lo colloca nell'Ottocento. Sul tavolato di fondo porta incastonati quattro piccoli pregevoli ricami in seta, datati 1762, raffiguranti santi francescani: S. Pietro d'Alcantara in volo estatico (e non S. Giuseppe da Copertino come erroneamente dicono i Cataloghi); S.Antonio cui appare Gesù Bambino; Santa Margherita da Cortona con l'immancabile cagnolino; e S. Pasquale Baylon cui appare un angelo con l'ostensorio del Santissimo.

Sulla volta, quattro tentativi di pittura raffiguranti i simboli degli Evangelisti, opera (1952) di padre Alessio Pederiva (1920‑1989).

Sulla parete libera, un olio su tela, del Settecento, raffigurante la "Madonna dell'Aiuto" nell'usuale atteggiamento di tenerezza reciproca col Bambino Gesù proprio di questo tipico prodotto artistico delle Alpi tirolesi.

 

Convento di Cles